Riduzione Canone di Locazione

Se c’è un settore dell’economia italiana, ma lo stesso dicasi per gli altri paesi europei e il Nord America, che ha risentito pesantemente della crisi economica, questo è quello immobiliare. Molte famiglie, avendo perso il lavoro o subito una riduzione dell’orario di lavoro, si sono viste costrette a risparmiare, comprimendo i consumi non essenziali e spesso dovendo rinunciare a pagare puntualmente il canone di locazione dell’immobile in cui abitano.

Una situazione drammatica, i cui effetti si sono riversati anche sui proprietari delle seconde abitazioni, che spesso grazie all’affitto sbarcano il lunario o arrotondano lo stipendio. Vediamo come superare una situazione del genere. Da un lato vi è l’interesse dell’inquilino a godere di una certa elasticità nei pagamenti, dall’altro il proprietario non può permettersi di non ricevere il pagamento del canone per diversi mesi, essendo l’immobile, peraltro, gravato da una tassazione abbastanza elevata e aumentata negli ultimi anni.

Ecco, allora, che la soluzione ideale potrebbe essere per entrambi di concordare una riduzione del canone di locazione. Per quanto potrebbe sembrare una perdita dal punto di vista del proprietario, spesso, invece, potrebbe tramutarsi in un vantaggio concreto, perché l’alternativa sarebbe insistere per il pagamento del canone pattuito al 100%, ma con il risultato di vedersi saltare puntualmente le scadenza, non riscuotendo nulla.

A questo punto, vi spieghiamo come fare e vi daremo qualche informazione sul piano legale. Molti proprietari, infatti, temono che la riduzione del canone dia origine formalmente a un nuovo contratto di locazione, con tutti gli oneri fiscali e non annessi. State tranquilli, perché non è così. La Cassazione ha stabilito dal 2003 che la riduzione del canone non origina un nuovo contratto, che non si è in presenza di una novazione, ma semplicemente si tratta di modificare una delle diverse condizioni contrattuali stipulate dalle parti.

Nel concreto, il proprietario non deve temere che dopo avere ridotto l’importo del canone mensile all’inquilino, il contratto inizi a decorrere da quella data e che, quindi, i famosi 4 + 4 anni si rinnovino automaticamente. Il contratto vigente resta valido in tutte le condizioni, tranne che per quella che le parti intendono modificare, ovvero l’importo del canone. Dunque, se il contratto sta per scadere tra 10 mesi, esso scadrà proprio in quel termine.

Detto questo, visto che il contratto di locazione deve godere sempre della forma scritta, anche tutti i successivi accordi modificativi devono possedere questa forma, quindi, devono essere registrati nero su bianco. Non è necessaria una formula particolare, sempre che si richiamino gli estremi del contratto a cui fa riferimento. Dobbiamo precisare che un simile accordo vale non solo per un immobile a scopo abitativo, ma anche per uno a uso commerciale. Sappiamo quanti imprenditori, artigiani e commercianti, a causa della crisi, non siano stati più, negli ultimi anni, in grado di pagare il canone di locazione e siano stati costretti a chiudere.

La variazione può essere anche in aumento, ovvero per una qualche ragione, le parti concordano che effettivamente sarebbe necessario aumentare il canone, per esempio, perché si è registrata dalla data di registrazione del contratto un’inflazione particolarmente alta e imprevista. La riduzione del canone, poi, può essere limitata a un solo periodo, prevedendo l’impegno dell’inquilino di tornare a pagare il precedente importo pattuito, una volta trascorsa la fase, durante la quale beneficerà del taglio. Ciò, per esempio, può avvenire, perché il proprietario prende atto di una difficoltà temporanea dell’inquilino, legata a alcune spese impreviste o alla perdita del posto di lavoro, consentendogli di pagare di meno per alcuni mesi o per qualche anno.

La variazione del canone comporta qualche conseguenza per i contratti a uso diverso di quello abitativo, con riferimento all’eventuale indennità per la perdita di avviamento commerciale, che chiaramente muterà in proporzione e sarà dovuta al conduttore al termine della locazione.

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la riduzione del canone di locazione non deve necessariamente essere comunicata, tranne che l’evento non sia stipulato in forma di atto pubblico o di scrittura privata.

Tuttavia, la riduzione implica un abbassamento della base imponibile ai fini dell’imposta di registro e delle imposte dirette, Irpef o cedolare secca. Sarà, quindi, convenienza proprio del proprietario dell’immobile comunicarlo al Fisco, ma a tale fine va presentato l’atto di modifica del contratto originario con il versamento dell’imposta di registro nella misura fissa di 67 euro e dell’imposta di bollo nella misura di 16 euro per ogni foglio del nuovo accordo. Risulta essere importante aggiungere che il nuovo atto, contenente la variazione del canone di locazione, deve possedere data certa per essere opponibile a terzi. Infine, si tenga conto che nel caso di riduzione del canone di locazione, il proprietario beneficerà di un parziale sollievo sul fronte fiscale, mentre l’inquilino, se gode delle detrazioni Irpef, subirà un taglio.

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Affitto con Riscatto – Informazioni Utili

Sono molti gli italiani vorrebbero comprare casa, ma non hanno la possibilità di anticipare alla banca la quota di liquidità richiesta per l’accensione di un mutuo. In tutti questi casi, fino a oggi non era possibile comprare un immobile, a meno di non essere già in possesso della somma necessaria per concludere l’affare. Negli ultimi tempi, però, anche in Italia sta prendendo piede la formula dell’affitto con riscatto, traduzione non letterale dell’inglese rent to buy, che alcune catene immobiliari stanno da mesi offrendo come soluzione, per consentire ai clienti di acquistare casa, anche se non dispongono nell’immediato della cifra.

Adesso, però, vediamo di preciso come funziona. L’affitto con riscatto è una formula, che consiste nel concordare con il venditore di un immobile, solitamente un costruttore, un contratto di affitto, il cui canone mensile risulti maggiorato rispetto a quello usualmente pagato dall’inquilino per un immobile dalle medesime caratteristiche. In genere, si tratta di un importo di circa il 30% superiore. Si stabilisce che dopo un certo numero di anni, le parti possano prevedere la compravendita dell’immobile a un determinato prezzo. In quel caso, il venditore scomputerà dal prezzo di acquisto il valore, parziale o totale, delle rate mensili già pagate dall’inquilino in qualità di canone.

Pertanto il primo si sarà assicurato con un certo anticipo la vendita dell’immobile o, in ogni caso, lo avrà verosimilmente affittato a un canone superiore a quello di mercato, mentre l’inquilino avrà avuto la possibilità di guadagnare tempo, magari al fine di accumulare la liquidità necessaria per saldare il versamento o per contrarre il mutuo possibilmente a condizioni migliori di quelle che avrebbe ottenuto all’atto di stipulazione del contratto.

Facciamo un esempio, Tizio stipula con Caio un contratto di affitto con riscatto, che prevede la facoltà o l’obbligo dopo 5 anni per il primo di acquistare l’immobile a 150.000 euro. Nel frattempo, Tizio verserà a Caio un canone mensile di 600 euro. Calcolando che nei 5 anni saranno versati complessivamente 36000 euro, 600 x 60 mesi, il saldo sarà pari, nel caso del riscatto dell’immobile, a 150.000 – 36.000 = 114.000 euro.

Poniamo che nei cinque anni i tassi applicati dalle banche ai mutui casa siano diminuiti. Tizio avrà l’opportunità di contrarne uno a condizioni più favorevoli di quelle che sarebbero state 5 anni prima. Inoltre, alla banca potrebbe non essere necessario più anticipare alcunché, dato che il mutuo dovrebbe essere finanziato per un valore ben più basso del prezzo di compravendita. Nell’esempio sopra citato, avremmo bisogno solamente del 76% del prezzo dell’immobile, il cui valore di mercato potrebbe essere persino lievitato nei 5 anni, per cui la banca si troverebbe a finanziare a condizioni potenzialmente molto meno rischiose, avendo un margine di garanzia abbastanza ampio.

Ma alla scadenza pattuita, vediamo cosa succede se l’inquilino non intende riscattare l’immobile. A tale proposito vanno distinti due casi. Il primo riguarda la tipologia dell’affitto con opzione di vendita futura. In questo caso, l’inquilino non ha alcun obbligo di acquisto, ma il venditore potrà decidere di trattenere i canoni nel frattempo versatigli, pur in continuazione del contratto di locazione.

Diverso è il caso del contratto di affitto con riserva di proprietà. Qui sussiste un obbligo di acquisto alla scadenza pattuita, ma se l’inquilino non riscatta l’immobile, il proprietario potrà decidere di tornare in possesso dello stesso, anche se dovrà rimborsare al primo i canoni incassati, pur conservando il diritto al risarcimento del danno.

Pertanto, si consiglia di scegliere con oculatezza, magari assistito da un professionista del settore, la tipologia di contratto da stipulare, al fine di evitare di imbattersi in sgradite sorprese alla scadenza del periodo previsto.

L’affitto con riscatto è, quindi, una forma apparentemente conveniente per cercare di acquistare un immobile, pur senza possedere immediatamente la liquidità occorrente, ma avendo una prospettiva positiva in tal senso.

Non è detto che sia sempre conveniente. Pensiamo ai tassi dei mutui. Se crescessero dal momento in cui stipuliamo il contratto a quello in cui effettuiamo il riscatto dell’immobile, ci troveremmo a dovere contrarre un mutuo a condizioni peggiori di quelle precedenti. Lo stesso dicasi, per esempio, se il valore di mercato dell’immobile dovesse scendere nel frattempo, vuoi per una crisi del mercato o per qualsivoglia dinamica relativa all’area in cui la casa è ubicata. Anche in questo caso dovremmo acquistare a condizioni sfavorevoli di quelle che si presentavano all’atto della contrazione dell’affitto, perché pagheremmo l’immobile a un prezzo più elevato del suo valore attuale.

Se la prima ipotesi è un rischio reale e diffuso, meno probabile appare nel nostro paese quello di un calo dei valori immobiliari negli anni, fatta eccezione per gli anni successivi allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, in cui effettivamente si riscontra un forte calo per la crisi attraversata dal settore.

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Tasi e Contratto di Locazione

La Tasi è la tassa sui servizi indivisibili, nata nel 2013 dal disfacimento della ex IMU, l’imposta municipale unica gravante sugli immobili, ma rispetto alla quale non si configura quale semplice erede, presentando differenze sostanziali di impostazione.

Come indica la stessa denominazione, per tassa sui servizi indivisibili si intende un contributo parziale che il contribuente è chiamato a versare per il pagamento di quei servizi erogati dai comuni e il cui costo non può essere sostenuto dai cittadini in base all’uso effettivo, trattandosi di beni e servizi goduti dall’insieme della collettività. Si pensi all’illuminazione pubblica, che aldilà del fatto che un cittadino ne usufruisca o meno in una determinata strada o quartiere, è di fatto a disposizione di tutti senza possibilità di esclusione.

Non esisterebbe un criterio oggettivo per ripartire tali costi tra i contribuenti. In teoria, ad esempio, si potrebbe semplicemente suddividere gli oneri in modo perfettamente eguale tra i residenti di un comune. Ma la soluzione sarebbe iniqua da un punto di vista sociale, perché ricchi e poveri pagherebbero esattamente la stessa somma per il medesimo servizio.

La Tasi cerca di risolvere questo dilemma, sebbene non possiamo certamente affermare che la soluzione individuata dal legislatore sia stata tra le migliori. Il criterio trovato è il seguente: parte dei costi indivisibili sostenuti dagli enti locali sarà ripartita tra i contribuenti residenti, sulla base della rendita catastale degli immobili posseduti.

Già questo ci indica che il godimento del servizio è qui del tutto sganciato dal criterio con cui esso viene pagato.

C’è una grande differenza con l’ex IMU, mentre quella era sostenuta dal proprietario dell’immobile, qui si rende possibile il contributo anche dell’inquilino o di colui che ne dispone in comodato d’uso. Tuttavia, viene fissato per legge il limite massimo del 30% a carico di questi ultimi, anche se nella fattispecie concreta è molto probabile che la percentuale a carico del possessore dell’immobile sia molto più bassa; in molti casi, i comuni l’hanno abbassata a circa il 10%, il che riduce notevolmente l’aggravio per gli inquilini, che devono già fronteggiare il costo del canone mensile. Tale spostamento del carico fiscale sul proprietario è frutto della consapevolezza degli amministratori locali dell’impatto che una tale misura sta avendo sui contribuenti, specie su quanti con l’ex IMU non erano tenuti al pagamento dell’imposta.

L’aggravio è spesso del tutto azzerato, se si considera che la maggior parte dei comuni esenta il contribuente dal pagamento della Tasi, nel caso in cui l’importo dovuto sia inferiore ai 12 euro. Dunque, se ipotizziamo che un comune carica gli inquilini residenti solo per il 10% dell’importo complessivo, affinché questi contribuiscano, è necessario che la Tasi risulti essere almeno pari a 120 euro. Il discorso varia a seconda delle percentuali previste.

Qualche precisazione su una tassa dagli aspetti ancora per lo più ignoti, essendo agli esordi. Tra proprietario e inquilino non esiste alcuna solidarietà passiva, nel senso che se l’inquilino non paga la sua quota, se spettante, il primo non è tenuto al versamento in solido. Ciascuno resta obbligato limitatamente alla sua parte. Al contrario, quando risultano proprietari dell’immobile più soggetti, questi restano obbligati in solido tra di loro, nel senso che se uno non paga la sua quota, fissata in percentuale della proprietà detenuta, gli altri dovranno farlo in sua vece, salvo avere diritto di rivalersi sull’inadempiente.

Anche il comodatario è tenuto a partecipare al pagamento della Tasi, a esclusione di due fattispecie: uno, quando il comodante è il genitore e il comodatario è il figlio, limitatamente alla rendita catastale fino al valore di 500 euro, due, quando il nucleo familiare del comodatario ha un reddito Isee non superiore a 15.000 euro.

Le differenze tra comune e comune possono essere consistenti. Si consiglia, pertanto, di affidarsi a un Caf o di seguire gli aggiornamenti sul sito del comune, in modo da verificare le modalità di calcolo nello specifico della Tasi, le cui aliquote variano a seconda che si tratti di prima o seconda casa o di altra tipologia di immobile.

Nel caso di una prima casa, l’aliquota applicata è generalmente molto inferiore a quella deliberata per le seconde abitazioni, così come possono essere previste detrazioni, che in molti casi sono legate al numero dei componenti del nucleo familiare, in altri possono essere fisse. In ogni caso, l’importo finale viene abbattuto.

In genere, è possibile procedere al calcolo sul sito del comune, dal quale potrà essere scaricato il modello F24, che servirà per effettuare il pagamento alle poste.

Il calcolo deve essere eseguito, nel caso di comproprietà, tenendo in considerazione la percentuale di proprietà di ciascuno, anche se si tratta di 2 coniugi. Infine, fare attenzione alle percentuali previste a carico degli inquilini e all’importo minimo accettato come versamento.

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Contratto di Locazione 3+2 – Fac Simile e Guida

I tipi contratto di locazione disponibili in Italia sono diversi. Quelli che hanno una finalità abitativa sono essenzialmente di due tipologie, a cui si affiancano altre forme minori, più tarate per esigenze specifiche. Il contratto 3+2 è anche detto di locazione a canone concordato. La sua durata è prevista in 3 anni ed è rinnovabile per altri 2 anni. A differenza del contratto 4+4, questo è caratterizzato principalmente dal fatto che il canone non è negoziato del tutto liberamente tra le parti, ma risulta limitato dagli accordi territoriali, stipulati dalle associazioni in rappresentanza dei proprietari di case e quelle degli inquilini.

In sostanza, tali accordi fissato un limite massimo al canone di locazione mensile per metro quadrato, a seconda del tipo di immobile e della zona in cui esso è ubicato. Infatti, in genere questi accordi sono suddivisi per zone, all’interno di un Comune, in modo da contrattare canoni quanto più aderenti alla situazione effettiva del mercato, prevedendo chiaramente limiti più bassi.

In media, si calcola che nei comuni dove sono maggiormente diffusi questi contratti, il canone risulta di un quarto più basso di quello di mercato che si avrebbe su abitazioni simili. Una percentuale considerevole, ma non eclatante, proprio perché l’obiettivo degli accordi è di rendere disponibili a prezzi maggiormente accessibili le abitazioni agli inquilini in città ad alta intensità abitativa, ma se essi disponessero canoni molto bassi, nessun proprietario avrebbe convenienza ad affittare un immobile con questa tipologia contrattuale. Questi contratti sono obbligatoriamente previsti (fermo restando che le parti possano adottarli o meno) nelle 10 città capoluogo più popolose d’Italia, al fine di far fronte all’elevata domanda di abitazioni e all’emergenza case che spesso vi ha luogo.

In realtà, il canone è solo una delle condizioni contrattuali stipulate dagli accordi territoriali tra le associazioni di categoria, ma non l’unica. Più complessivamente, sono negoziate tutte quelle condizioni, tali da rendere questo contratto più favorevole alle esigenze degli inquilini, fatti salvi anche gli interessi dei proprietari, come ad esempio quelle riguardanti le modalità della disdetta, nonché i tempi, etc.

Il deposito cauzionale per i contratti a canone concordato non può essere superiore alle 3 mensilità e produce interessi legale, che il proprietario dovrà corrispondere all’inquilino alla fine di ciascuna annualità o al termine del contratto.

Il canone può essere rivalutato annualmente del 75% dell’indice Istat relativo all’aumento del costo della vita, ma solo se tale clausola è specificata nel contratto, altrimenti non è possibile. Poniamo, ad esempio, che abbiamo stipulato un contratto a canone concordato nel mese di ottobre dell’anno X e che, di conseguenza, nell’ottobre dell’anno X+1 vogliamo rivalutare la mensilità. Se nel contratto abbiamo inserito tale facoltà, procediamo come segue: vedere sul sito dell’Istat quale fosse l’indice dei prezzi nel mese di stipula del contratto. Verificare, poi, il livello del mese dell’anno successivo, a partire dal quale intendiamo avvalerci della rivalutazione e a quel punto facciamo la differenza. Tra i due valori. Se positiva, essa va tenuta in considerazione per il 75% e quella sarà la percentuale di rivalutazione del canone mensile.

Vi proponiamo un esempio, ipotizziamo che l’indice dei prezzi fosse 105 nel mese in cui abbiamo stipulato il contratto, risultando 107 nello stesso mese dell’anno successivo. La rivalutazione del canone mensile sarà del (107-105) x 0,75 = 1,50%. Se il canone era stato fissato mensilmente a 250 euro, potremmo rivalutarlo dell’1,50% su 250 = 3,75 euro. Il canone aggiornato sarà, quindi, di 253,75 euro.

Salvo diversa disposizione tra le parti, la sublocazione è vietata. Il rinnovo s’intende effettuato tacitamente alla fine del contratto, in assenza di una disdetta validamente comunicata alla controparte. Essa deve pervenire al domicilio di quest’ultima con l’invio di una lettera raccomandata entro i 6 mesi dalla data di scadenza.

Lo stesso accade nel caso di richiesta di rinnovo con nuove condizioni contrattuali. In queste situazioni, non solo la richiesta deve essere inviata alla controparte entro 6 mesi dalla cessazione del contratto, ma la controparte deve a sua volta rispondere nei successivi 60 giorni, altrimenti il contratto s’intende cessato alla scadenza.

Quando ricorrano gravi motivi è concesso il diritto all’inquilino di disdire anticipatamente il contratto con un preavviso di 6 mesi. Tale facoltà non è, invece, concessa al locatore, che deve rispettare i termini contrattuali.

Alla fine dei 5 anni (3+2), si ha facoltà di rinnovare tacitamente il contratto per altri 2 anni, salvo sempre la disdetta entro i 6 mesi dalla scadenza.

La registrazione del contratto deve avvenire entro i 30 giorni dalla stipula o dal pagamento del primo canone mensile, se antecedente. L’imposta di registro va suddivisa equamente tra le parti, mentre l’imposta di bollo è interamente a carico dell’inquilino. Gli oneri accessori sono interamente a carico del proprietario, così come le spese straordinarie.

Al fine di incentivare il ricorso a questa tipologia contrattuale, sono previste sostanziose agevolazioni fiscali per i proprietari, i quali potranno avvalersi con la cedolare secca dell’aliquota ridotta al 10%, invece che del 21%, applicata ai canoni riscossi nell’anno di imposta.

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Contratto di Locazione 4+4 – Fac Simile e Guida

Il contratto di locazione 4+4 è il modello maggiormente utilizzato per affittare immobili a fini abitativi. Esso è caratterizzato principalmente dal fatto che le parti possono stabilire i contenuti essenziali del rapporto di locazione, a partire dall’importo del canone mensile. Tuttavia, anche questa tipologia fissa alcune condizioni indisponibili, come la durata del contratto, che la legge stabilisce in 4 anni e rinnovabile per altri 4 anni.

Negli ultimi tempi sono stati inseriti ulteriori obblighi a capo del proprietario o locatore, come quello di attestazione della prestazione energetica, per cui deve essere inserita nel contratto l’apposita clausola.

Dicevamo che il contratto di locazione 4+4 consente alle parti di determinare liberamente l’importo del canone mensile. Questo, perché esiste un’altra tipologia, il contratto di locazione 3+2, il cui canone è fissato nel suo limite massimo mensile, in termini di euro per metro quadrato, dagli accordi territoriali stipulati dalle associazioni di rappresentanza degli inquilini e quelle dei proprietari di case.

Tornando al contratto di locazione 4+4, il canone mensile è rivalutabile annualmente secondo gli indici Istat, riferiti al costo della vita. Il tasso di rivalutazione consentito è del 100% dell’incremento del livello dei prezzi (75% per i contratti a canone concordato). Vediamo adesso come il proprietario può rivalutare ogni anno il canone di locazione.

Ipotizziamo di avere stipulato il contratto di locazione 4+4 nel mese di settembre di un dato anno. Nello stesso mese dell’anno seguente, il proprietario potrà aumentare l’importo del canone mensile nel seguente modo, verificherà sul sito dell’Istat il livello dell’indice dei prezzi nel mese di stipula del contratto. Poniamo che esso risultasse pari a 105. Lo stesso farà con riferimento al medesimo mese dell’anno successivo. Per ipotesi, il livello dei prezzi risulterà pari a 107. La differenza è pari a 107 – 105 = 2. Il costo della vita risulta cresciuto del 2% e tale sarà l’incremento massimo consentito per il canone. Se quest’ultimo fosse di 400 euro mensili, la rivalutazione possibile è pari a 400 x 0,02 = 8 euro. Il canone sarà così innalzato fino a 408 euro al mese.

Le parti possono disdire il contratto al termine dei 4 anni, ma con un preavviso di almeno 6 mesi dalla scadenza, che dovrà avvenire in forma di invio di una raccomandata al domicilio della controparte. In assenza di tale preavviso o se esso risulta giunto successivamente alla data ultima prevista, il rinnovo s’intende automatico.

Lo stesso dicasi nel caso in cui si desidera rinnovare il contratto a condizioni diverse. La comunicazione deve pervenire al domicilio della controparte con almeno 6 mesi di anticipo dalla data di scadenza, ma quest’ultima ha tempo 60 giorni per inviare a sua volta una risposta. In sua assenza o se non fosse raggiunto un accordo, il contratto s’intende cessato al termine dei 4 anni.

Il contratto va registrato entro 30 giorni dalla data di stipula o dal primo pagamento mensile, se antecedente alla stipula. Risulta essere importante comprendere che il proprietario che non effettuasse nei tempi previsti la registrazione può incorrere nel rischio di sanzioni realmente pesanti. Lo stesso vale nel caso si effettui una registrazione non veritiera, ovvero indicando un canone mensile inferiore a quello reale.

Se l’inquilino denunciasse il locatore per l’affitto in nero, quest’ultimo sarebbe, anzitutto, tenuto al pagamento di sanzioni, pari al 120-140% dell’omessa imposta di registrazione del contratto, al 200-400% della maggiore imposta dovuta sul canone non dichiarato e al 30% dell’imposta di registrazione evasa, nel caso di pagamento tardivo.

Ma la vera sanzione a carico del locatore sarebbe un’altra, il canone annuo sarebbe automaticamente portato a un importo non superiore a 3 volte la rendita catastale dell’immobile per la durata residua del contratto. A tale proposito, il contratto di locazione si considera del tipo 4+4. Ora, poniamo che l’immobile di cui è stata omessa la registrazione del contratto di locazione abbia una rendita catastale di 500 euro. Ipotizziamo che l’inquilino avesse concordato con il proprietario un canone mensile di 400 euro. Ebbene, se il primo denuncia il secondo dell’omessa registrazione, sarà premiato con un canone annuo di importo massimo pari a 500 x 3 = 1.500 euro, ovvero poco più di 120 euro al mese, meno di un terzo di quanto non pagasse prima. Inoltre, tale canone potrebbe essere adeguato annualmente al 75% dell’indice di rivalutazione dell’Istat, meno del 100% previsto per questa tipologia contrattuale. Per il proprietario sarebbe un danno enorme e nulla potrebbe per l’intera durata residua del contratto.

Infine, l’inquilino ha sempre la possibilità di disdire anticipatamente il contratto senza incorrere in alcuna sanzione, mentre il proprietario può farlo alla scadenza dei 4 anni solo nei seguenti casi, se l’immobile è destinato all’uso privato per se stesso o un suo figlio o un coniuge, se deve essere venduto a terzi, se deve essere ristrutturato per gravi problemi strutturali, se il conduttore (inquilino) non usufruisce dell’immobile senza un giustificato motivo.

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